RIORGANIZZAZIONE DELLE PROVINCE. RIETI IN UMBRIA?

Palazzo Dosi a Rieti
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Si anima il dibattito sulla riorganizzazione delle province e sul futuro della provincia di Rieti.

Ci troviamo senza dubbio di fronte alla più importante riforma istituzionale dall’unità d’Italia ad oggi e, nonostante sia assolutamente opportuno parlare di istituzioni meno costose e di Enti locali maggiormente efficienti ed autorevoli, sembra paradossale che il decreto sia incardinato esclusivamente su parametri che riguardano la revisione e il contenimento della spesa, mentre siano stati assolutamente sottovalutati nel dibattito gli aspetti relativi alle peculiarità dei cittadini e ai localismi dei territori. E’ attraverso la salvaguardia delle istituzioni più prossime ai cittadini che si possono tutelare con la giusta cognizione di causa le esigenze degli stessi. Solo una amministrazione pubblica radicata nel territorio ed espressione diretta della rappresentanza dei cittadini, è in grado di analizzare con il giusto discernimento ciò che è bene fare per il progresso del territorio stesso.

Questa dovrebbe essere l’ottica di una visione che si ispira ai principi federalisti, non solo in termini europei, ma anche in termini di riorganizzazione dello Stato centrale. Un federalismo fondamentalmente municipale, scevro ovviamente degli estremismi leghisti che nulla hanno a che vedere con l’idea di Italia federale e che hanno avuto effetti distorsivi nell’opinione pubblica rispetto al concetto stesso di federalismo.

La riforma che entrerà in vigore sta costringendo le amministrazioni a ridicoli balletti, ad estenuanti corteggiamenti, ad imbarazzanti tira e molla verso una o l’altra Provincia. Tatticismi che hanno l’unico scopo di giungere ad una ipotesi di riordino che limiti il più possibile i danni in termini di servizi ai cittadini ma che, inevitabilmente, costringerà le province destinate a scomparire, a rinunciare, in maniera inesorabile ed irreversibile, alla propria identità territoriale.

E’ necessario riflettere però, al di là degli entusiasmi suscitati dalla spending review, che forse non era l’istituzione provinciale a dover essere aggredit dal decreto 135/2012. Le Province, nell’organizzazione che delle stesse deriva dal Titolo V della Costituzione Italiana, oltre a svolgere la funzione di ente amministrativo intermedio, garantiscono la tutela dell’identità culturale, economica e sociale dei territori che rappresentano e delle popolazioni che le abitano. La revisione della spesa pubblica doveva secondo noi essere esercitata ai danni delle Regioni. Prima di tutto perché è sotto gli occhi di tutti l’enorme spesa che deriva dal funzionamento dei Consigli e delle Giunte regionali. Inoltre, perché molto spesso le Regioni esercitano funzioni, a volte perfino duplicandole, che potrebbero essere delegate senza problemi alle amministrazioni provinciali.

Ma la riforma, così come è stata pensata dal governo Monti, va purtroppo in un’altra direzione e porterà alla nascita di città metropolitane di una grandezza esagerata e all’istituzione di province che saranno la somma di una miscellanea di provenienze e orientamenti culturali, economici, programmatici assolutamente diversi tra loro la cui forzata convivenza rischia di rallentare il progresso stesso dei territori.

Comunque ormai ci siamo e visto che il processo sembra di fatto irreversibile non resta che tentare di limitare i danni.

Tra le ipotesi caldeggiate dai vari comitati e dalle varie scuole di pensiero, la più adeguata al nostro territorio sembra essere quella che sostiene la possibilità di una integrazione tra la provincia di Rieti e quella di Terni.

Ovviamente da questa ipotesi nascono problemi legislativi e tecnicismi vari che non sarà facile superare. C’è da sperare inoltre che la stessa provincia di Terni non scompaia. A tal proposito, la Regione Umbria presenterà una ipotesi di riordino interno delle sue due province tentando di trasferire da Perugia a Terni i Comuni di Spoleto, Foligno e parte della Valnerina (anche se stanno già sorgendo problemi di campanile che non sarà facile risolvere) per permettere alla Provincia di Terni di soddisfare i parametri dei 350mila abitanti e dei 3500 chilometri quadrati.

Inoltre c’è da capire che cosa è necessario affrontare in termini legislativi per permettere alla Provincia di Rieti di entrare a far parte della Regione Umbria. L’articolo 132 della Costituzione prevede la necessità di un referendum consultivo come primo elemento di un processo di aggregazione ad un’altra regione, ma non sarebbe l’unica iniziativa da intraprendere.

Ma a prescindere da ciò, anche se ci rendiamo conto che non si tratta di elementi da sottovalutare, la “soluzione Terni” è secondo il Psi quella migliore da percorrere. Tornare all’antico, a prima del 1927, quando la Sabina era parte della provincia di Perugia e del territorio dell’Umbria, ci sembra la soluzione migliore e forse l’unica in grado di trasformarsi in opportunità.

Migliore sicuramente di una aggregazione con Viterbo (97km – 1h e 45minuti di percorrenza), insignificante dal punto di vista logistico, operativo, socio economico e culturale. Migliore anche della ventilata Provincia della Sabina, che ci vedrebbe senza dubbio soccombere al peso specifico decisamente più significativo di Guidonia (87mila abitanti residenti) o Tivoli che legittimamente ambirebbero al ruolo di capoluogo.

Non sono da sottovalutare le importanti sinergie socio economiche che potrebbero nascere tra Rieti e Terni una volta reso percorribile l’ultimo tratto della superstrada, infrastruttura che avvicinerà moltissimo i due territori. Dal punto di vista operativo, l’eventualità di dover perdere il tribunale o la prefettura potrebbe essere sì doloroso per Rieti, ma la prossimità alla città umbra renderebbe forse meno amara l’inevitabile pillola. Si pensi inoltre alla valenza di tale unione in termini turistici, a come i due territori potrebbero completarsi in termini di offerta ed integrarsi, ad esempio, sui circuiti del francescanesimo e del turismo ambientale.

Per discutere di questa possibilità, si sono già incontrati alcuni rappresentanti dei territori e i comitati sorti in entrambi i territori sembrano convergere su molti dei punti all’ordine del giorno. Sono allo studio una serie di iniziative, istituzionali e non, per sensibilizzare la popolazione sul tema e portare la proposta all’attenzione dei cittadini. Chissà che no siano proprio gli “odiati” cugini ternani a dare una nuova identità al territorio sabino.

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