Giovanni Carenza è la nuova ala forte della NPC Rieti

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La NPC Rieti mette a segno il secondo colpo sul mercato dei nuovi acquisti, firmando Giovanni Carenza.
L’atleta di origine pugliese, ma cresciuto cestisticamente negli Stati Uniti, è da oggi un giocatore amarantoceleste.
Carenza che abbiamo avuto modo di apprezzare al Palasojourner, quando vestendo la maglia di Agropoli ci rifilò 25 punti (5 triple), è un’ala forte, classe 1988, 202 cm per 95 kg di altezza.
Lo abbiamo incontrato questa mattina alla firma del contratto ed abbiamo avuto con lui una piacevolissima conversazione.

Ciao Giovanni, raccontaci dei tuoi inizi, tra Italia ed America…
“Sono nato a Castellaneta in provincia di Taranto, dopo pochi anni ci siamo trasferiti a Reggio Emilia, poi, quando avevo 13 anni, ho chiesto a mio padre di andare negli Stati Uniti perché volevo giocare a basket lì. Siamo partiti, mio papà, mio fratello minore ed io. Negli States ho frequentato l’High School nel New Jersey, il Saint Anthony. Ho preso una borsa di studio per il College dove ho studiato tre anni, poi Reggio Emilia mi ha fatto un’offerta alla quale non ho voluto rinunciare e sono tornato in Italia”.

Il tuo percorso italiano come si è sviluppato?
“Quando firmati a Reggio Emilia, mi diedero in prestito alla Virtus Siena in B1, era il 2009/10, poi l’anno successivo sono andato a Perugia ancora in B1. L’anno seguente sono stato ingaggiato in Legadue ad Ostuni con Marcelletti, ed ho proseguito in A2, due stagioni a Veroli, una a Roseto ed un biennio ad Agropoli”.

Sei felice di venire a Rieti?
“Assolutamente sì. Specialmente perché è una città con una storia importante di basket alle spalle, una piazza molto nota nella pallacanestro. Venire qui significa rispondere a delle aspettative e questa cosa mi piace e non vedo l’ora di iniziare. La passione che questa città nutre per il basket mi stimola molto”.

Cosa ti ha spinto ad accettare l’offerta di Rieti?
“Sicuramente il suo forte interesse nei miei confronti. E’ stata la prima squadra che mi ha contattato, appena finito il campionato e mi è stata dietro con costanza e questa cosa mi ha fatto molto piacere. Essere voluti da una società, al di là del fattore economico, è fondamentale. Bisogna essere voluti per stare bene e fare le cose per bene. E sotto questo aspetto Rieti mi ha fatto sentire la propria volontà di avermi qui ed io ho accettato con grande convinzione”.

Cosa ti aspetti da questa stagione?
“Mi aspetto una crescita personale, di maturazione. E’ la prima volta che gioco di fronte ad un pubblico così numeroso, in una piazza storica. Imparare a lavorare in questo ambiente sarà importante, anche nella gestione della pressione. Ho ventotto anni, ma non si finisce mai di imparare, specialmente nel basket”

Quale contributo puoi dare al progetto?
“Qualunque cosa di cui ci sarà bisogno. Se c’è bisogno di stare 40 minuti in campo o di portare l’acqua, io sono a completa disposizione delle necessità della squadra. Farò quello che serve, quello che mi viene richiesto. E’ una mia caratteristica, quella per cui vengo apprezzato e di cui sono più orgoglioso: entrare in campo, lasciarvi tutto ed uscirne sapendo di aver dato tutto quello che potevo”.

Quando sei venuto al Palasojourner da avversario cosa hai pensato, oltre alla soddisfazione di averci fatto 25 punti?
“Una piazza così carica tantissimo. Piazze che certamente stimolano più di altre”.

Una curiosità sul tuo passato negli States, ti sei formato nel basket americano e adesso ti sei ambientato nel basket italiano, cosa ti porti dietro? cosa ti ha insegnato la tua esperienza americana?
“Il fatto di mettere tutto in campo. In America, a qualunque livello, a qualsiasi età, quando entri in campo devi essere pronto a giocare perché ci sono giocatori che hanno talenti incredibili e se non hai la voglia e la foga di stare in campo non puoi neanche pensare di giocare. Lì c’è tantissima competizione, una sana competizione, ma in cui tutti cercano di essere il meglio in qualsiasi cosa si faccia, perciò bisogna essere sempre pronti e dare il massimo. La prima cosa che guardano gli allenatori è il tuo work attack (attaccamento al lavoro, atteggiamento nei confronti del lavoro, la voglia ndr). Questa è la cosa che ho fatto mia e che mi porto dietro, perché poi qui in Italia la tecnica è più sviluppata”.

E l’atteggiamento rispetto alla vittoria e alla sconfitta? Forse in America la sconfitta viene presa più come parte di un percorso che come un fallimento?
“Si gli americani trovano sempre un modo per ripartire e rifarsi. Non si abbattono. E questo credo di averlo interiorizzato. Ad Agropoli perdendo tante partite di fila è stato molto difficile. E’ un anno in cui sono cresciuto molto ed ho fatto molta esperienza. Bisogna entrare in campo ed allenarsi sempre al meglio perché quello è l’unico modo per andare avanti, non si può scappare, ma affrontare la situazione e dare il massimo”.

Vuoi mandare un messaggio ai tifosi?
“Voglio invitare i tifosi a venire numerosi al palazzetto e di riempirlo tutte le domeniche perché secondo me quest’anno ci sarà da divertirsi tanto e ci toglieremo tante soddisfazioni tutti insieme”.

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