DI NICOLA: IL GOVERNO CI SNATURA AZZERANDO LA NOSTRA STORIA E LE NOSTRE TRADIZIONI

Provincia di Rieti
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Filippo Patroni Griffi e il suo datore di lavoro Mario Monti hanno spento la Provincia di Rieti che si accingeva alle sue 85 candeline. Solo troppo tardi i politici nostrani hanno aperto un dibattito sul futuro della Sabina. Futuro che non appare per nulla roseo perché il governo – con un sol colpo – ha azzerato la nostra storia e le nostre tradizioni culturali e linguistiche, e ha proceduto a una sorta di “microglobalizzazione” che ci snatura unendoci a Viterbo.

Nel dibattito sul nostro futuro due sono le linee prevalenti. La prima è quella che vuole traghettarci, ottenendo chissà quali garanzie, proprio verso Viterbo, che nulla ha a che fare né culturalmente né storicamente con noi. Su questa posizione mi pare di vedere deciso più che mai Fabio Melilli che ritenevo più coraggioso e capace di scelte meno punitive.

La seconda è quella che invece vuole traghettare Rieti verso l’Umbria unendola con Terni; questa soluzione sembra la più vantaggiosa per Rieti. E forse, proprio per questo, viene ostacolata da chi, al pari dei Bocconiani, studia storia e geografia solo sui libri delle elementari. E forse nemmeno su quelli.

Rieti, almeno la maggior parte del suo territorio, è stata Umbria fino al 1920. Umbra è la sua lingua, umbre le sue vicende storiche, umbra la sua cultura. La stessa Sabina si estendeva fino a Norcia e Cascia, in piena terra umbra, e con l’Umbria abbiamo convissuto politicamente ed elettoralmente fino a non molti anni fa.

A Viterbo, invece, cosa ci lega? Siamo mai stati Tuscia noi? E cosa sarà più semplice, per un cittadino di Collalto, di Paganico, di Marcetelli, raggiungere il capoluogo Terni o il capoluogo Viterbo? E per Vacone, Cottanello, Nespolo, Leonessa e via dicendo?

Altro discorso occorre fare per alcune delle località che fino al 1927 sono state in Provincia dell’Aquila e che da Mussolini vennero accorpate alla Sabina per dare vita alla nostra Provincia. Accumoli ed Amatrice, per esempio, sono a circa un’ora e mezza da Terni e a quasi due ore e mezza da Viterbo ma a soli 40 minuti da Ascoli Piceno, città con la quale hanno legami storici e culturali secolari (Pier Silvestro Leopardi e Nicola Rosei avevano studiato ad Ascoli). E’ chiaro che i due comuni avranno tutti gli interessi a passare con le Marche invece che rimanere in una provincia che li renderà ancor più marginali ed emarginati. Per Borgorose e Pescorocchiano vale lo stesso discorso: esse si trovano a mezzora da L’Aquila e a due ore e mezzo circa da Viterbo. Dove sarà meglio andare secondo i loro abitanti?

Ma qui nasce un problema del quale poco si dice perché non funzionale al passaggio con Viterbo che i filo-viterbesi (e non solo essi!) vogliono che avvenga da parte dell’intera ex Pro-vincia di Rieti, senza defezione alcuna, senza che nessun comune tenti la fuga verso questa o quest’altra provincia o regione. Anche i filo-ternani rischiano di sbagliare se non tengono conto di queste legittime e, sotto certi aspetti, necessarie spinte centrifughe. Essi infatti parlano di referendum – idea che mi trova perfettamente d’accordo – per l’unione con Terni, con quesito unico che suona pressappoco così: “Volete unire il territorio della ex provincia di Rieti con quello della ex provincia di Terni?”. Se il quesito fosse posto così, sarebbe davvero elevato il rischio di veder bocciata la proposta perché ai contrari che sono tali per scelta dell’apparato politico di riferimento si unirebbero anche i cittadini di Accumoli, Amatrice, Pescorocchiano, Borgorose e forse pure di Antrodoco, Posta, Borbona, Fiamignano e Petrella Salto che preferiscono altra soluzione.

Occorrerà allora porre il quesito referendario in modo tale che sia ogni singolo comune a decidere, in libertà e coscienza, l’aggregazione ritenuta più utile agli interessi locali. Se questo equivale a fare uno spezzatino della nostra Provincia, occorrerà prenderne atto anche se a malincuore. Ma costringere gente di Accumoli e di Borgorose a dover far riferimento a Viterbo anziché a una città molto più vicina, non solo è ancor più doloroso e disumano, ma equivale, secondo me, a una disposizione dittatoriale. Degna di un “centralismo democratico” che della libertà, dell’autonomia, dei valori locali non ama assolutamente sentir parlare.

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