Reate Festival 2009

Ecco la storia.
«Ecco lo storia» esordirebbe lo scrittore Daniel Pennac. Ebbene: ecco a voi la storia della prima edizione del Reate Festival. Una storia fatta di rincorse ed attese, di incontri, di amicizie, di enormi sforzi, di impegno e dedizione, di intuizioni e di appassionata coerenza. È una storia nel corso della quale si incrociano il destino del Belcanto, quello di un teatro, quello di una città, della tradizione artistica italiana e del suo futuro.

Sì perché – un giorno speriamo di poterlo dire –  “venne il Reate Festival” che cambiò la città di Rieti. Sicuramente cambiò il modo in cui la città di Rieti percepiva se stessa, il modo in cui i suoi abitanti erano abituati a viverla e vederla. Soprattutto, cambiò il modo in cui il mondo guardava a Rieti: scoprendola improvvisamente come una delle capitale mondiali del Belcanto.

L’occasione perduta.
Il Festival della città di Rieti è un prodotto culturale prezioso, raro e inaspettato. Ha avuto una gestazione lunga che, per certi aspetti, inizia nel 1957.
In quell’anno il maestro Giancarlo Menotti arriva a Rieti e si innamora del Teatro Flavio Vespasiano e della sua acustica.
La sua idea di fare della nostra città un centro di richiamo per giovani artisti provenienti da tutto il mondo che si esibiscano nel capolavoro architettonico ottocentesco di Achille Sfondrini non trova risposta nel Consiglio Comunale di allora.
Non vengono comprese le potenzialità insite in una serie di spettacoli dal vivo. Giancarlo Menotti, scambiato per una sorta di visionario e poco affidabile Phineas Taylor Barnum, ne prende atto e approda a Spoleto. Ne nascerà il “Festival dei due Mondi”: ma questa è un’altra storia. È da allora però che inizia la storia di un’occasione perduta e poi ritrovata.

Il progetto ed i suoi protagonisti.
Più di cinquant’anni dopo l’occasione si ripresenta grazie ad alcuni incontri fortuiti e casuali, ma questa volta le istituzioni e tutte le personalità coinvolte operano con lungimiranza, brillante ostinazione ed accortezza.
Da questa nuova ed intelligente comunità d’intenti nascerà la prima edizione del Reate Festival, che ha percorso col suo fermento artistico e culturale, con una vitalità elettrizzante, la Città di Rieti già prima del 16 agosto, data del Concerto di apertura.

Gianfranco FormichettiNel 2006, l’Assessore alla Cultura della Città di Rieti, Gianfranco Formichetti incontra il Presidente Caglidell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia: il Professor Bruno Cagli. Scrittore e musicologo di fama mondiale, Cagli è il “nume tutelare” della musica lirico-sinfonica. Esperto dello studio della tecnica del canto, è forse il più profondo conoscitore del repertorio di Rossini, Bellini e Donizetti.
 

I due studiosi si incontrano nel 2006, quando il Museo Civico di Rieti sta organizzando una mostra sul pittore reatino Antonio Gherardi. Vi è un quadro, di particolare pregio e bellezza, raffigurante Santa Cecilia. Il caso vuole che il quadro sia conservato presso la Cappella di San Carlo ai Catinari di proprietà, appunto, dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
Da quegli incontri, però, emerge la prima straordinaria intuizione che sta alla base del Reate Festival. Anni addietro il Professor Bruno Cagli è stato invitato a presentare dei concerti al Teatro Flavio Vespasiano di Rieti e ha potuto sperimentare in prima persona che esso offre la migliore acustica del mondo.Intanto, proseguono i lavori di restauro iniziati nel 2005, che il Professore segue a distanza con attenzione e scrupolo. È importante che sala e palcoscenico non vengano toccati, che non venga aggiunta inutile tappezzeria che rovinerebbe un’impareggiabile acustica.
Solo così si potrà mantenere l’originaria concezione dell’architetto Sfondrini: un teatro che non costringa i cantanti a “spingere” le voci.
Come il Professor Cagli ricorda in diverse occasioni, lo stesso Gioachino Rossini, dopo il suo precoce ritiro dal teatro, si rammaricava di come cominciasse ad andare di moda “il canto con l’elmo”: un canto spinto, innaturale. Vi è invece la tradizione di una tecnica di canto virtuosistico caratterizzata dal passaggio omogeneo dalle note gravi a quelle acute, dall’agilità nell’ornamentazione e nel fraseggio e dalla concezione della voce come strumento: è il Belcanto.
Il Belcanto è naturale, non è spinto, non deve basarsi su un eccessivo impegno fisiologico richiesto alle voci.
Esso è innanzitutto un patrimonio prezioso, anzi, inestimabile della tradizione artistica italiana: un patrimonio che nel tempo è andato perduto e che, grazie ad un teatro come il Flavio Vespasiano di Rieti, si può ora recuperare. Il Teatro Flavio Vespasiano è quindi la sede eletta ed ideale in cui recuperare il Belcanto: permette il perfetto rapporto voce-orchestra.
Maestro Rizzari al pianoforteDello stesso avviso un’altra personalità autorevole: il Maestro Carlo Rizzari. Allievo del grande direttore Carlo Maria Giulini e assistente di Antonio Pappano, il Maestro Rizzari dirige il Concerto di apertura del 16 agosto E ‘l cantar che ne l’anima si sente.
Dopo il concerto Rizzari affermerà di aver percepito uno straordinario ed assoluto bilanciamento tra le voci dei cantanti di Opera Studio e le note della Tafelmusik Orchestra, l’ensemble canadese che suona su fedeli riproduzioni degli strumenti dei secoli XVIII e XIX e venuta appositamente dal Canada per il Reate Festival.

E proprio in questo consiste il miracoloso prodigio sonoro che può librarsi dal Teatro Flavio Vespasiano: un’armonia mai udita fra le voci migliori al mondo e le stesse note dei tempi di Mozart e Rossini. In nessun altro luogo al mondo può realizzarsi questa perfetta alchimia.
Occorre però fare un passo indietro e ricordare altri incontri fondamentali, grazie ai quali il Reate Festival avrà altri due “numi tutelari”: il Maestro Kent Nagano – uno dei più grandi direttori d’orchestra al mondo – e il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta.
L’importantissimo incontro fra il Professor Bruno Cagli e il Maestro Kent Nagano Nagano e Cagli al Teatro Flavio Vespasianorisale a circa quindici anni fa, quando Nagano è chiamato per la prima volta a dirigere presso l’Accademia di Santa Cecilia. Durante una colazione di lavoro, l’eminente musicologo ed uno dei primi direttori d’orchestra al mondo scoprono una passione comune: quella per il Belcanto.
Tuttavia Nagano ammette di aver rinunciato a dirigere esibizioni di questo tipo perché non dispone degli strumenti vocali, né di quelli testuali.
Da quel momento nasce tra i due una profonda amicizia, alla quale si unisce una fraterna intesa musicale. Gli strumenti vocali ci sono: si tratta dei giovani talenti di Opera Studio, la scuola di alto perfezionamento in canto lirico diretta da Renata Scotto e divenuta un modello in tutto il mondo. Gli studenti di Opera Studio sono “giovani” solo per quanto attiene all’età, in verità essi sono già a livelli altamente professionali.
Si esibiscono a Rieti il 10 gennaio del 2009: in occasione del concerto che inaugura il Teatro Flavio Vespasiano dopo il periodo di restauro. In quella felice occasione, Gianni Letta accetta la Presidenza della Fondazione Flavio Vespasiano, costituita nel 2008.Ne sono soci fondatori: il Comune di Rieti, la Cassa di Risparmio di Rieti, la Fondazione Varrone e la Camera di Commercio di Rieti.

Il rapporto del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con il Professor Bruno Cagli e con la città di Rieti, il suo carisma umano prima ancora che politico e la sua straordinaria sensibilità artistica ne fanno il presidente ideale per la Fondazione Flavio Vespasiano.
Essa è un ente che intende promuovere nella città di Rieti la diffusione e lo sviluppo delle diverse forme di spettacolo dal vivo: dal teatro di prosa alle esibizioni musicali lirico-sinfoniche, dalle manifestazioni jazzistiche e sperimentali alla danza classica e contemporanea. Il Reate Festival è solo la prima di una serie di iniziative proposte dalla Fondazione.
Alla guida della Fondazione Flavio Vespasiano c’è una personalità autorevole e competente, con un “curriculum” decisamente all’altezza del compito chiamato a svolgere: Carlo Latini.
A lui l’incarico di fare del Reate Festival una rassegna dallo spessore internazionale, oltre che un volano per lo sviluppo economico della città di Rieti. Oltre che della conoscenza del territorio e delle sue potenzialità, Latini è forte della sua esperienza professionale e accademica.È stato Amministratore Delegato della Fonit Cetra e Presidente del Reggio Parma Festival per diverse edizioni. Inoltre, ha insegnato “Strategia per lo spettacolo dal vivo” presso l’Università di Parma.
È stato docente di Strategia all’IFE (Istituto di Formazione Europeo) e presso la Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi di Milano, dove collaborato con il Centro di Ricerca per l’Organizzazione Aziendale.

Carlo Latini muove da una strategia di politica culturale attenta quanto ambiziosa: il Reate Festival deve essere connotato da una matrice di unicità ed esclusività. Esso è studiato in modo da offrire prodotti culturali che lo distinguano dal panorama degli spettacoli dal vivo presenti in Italia.
La globalizzazione ha ormai investito anche i territori che, per non subire con dannosa inerzia questo processo, devono consolidare, promuovere e valorizzare il patrimonio artistico-culturale che proviene dal loro passato per farne strumento di competizione economica, culturale ed identitaria.
Vi è infatti la necessità di ricreare e recuperare per i territori un’identità: è quest’ultima che permette di far comprendere ai “pubblici potenziali” chi si è e di soddisfare il loro bisogno di nuova conoscenza.
Il passaggio da un’economia del secondario ad un’economia del terziario e dell’ “immateriale” ha reso la produzione culturale un fattore cruciale di sviluppo. In questo modo, nelle intenzioni di Carlo Latini, Rieti deve ridisegnare la propria identità in modo da costituire un “distretto culturale”.
Solo in questo modo, il capoluogo sabino potrà divenire un contenitore di scambi, un centro che permetta di importare ed esportare cultura, creando un volano per la crescita territoriale.
Raffaele PaganiniIl progetto della prima edizione del Reate Festival si arricchisce di altri due grandi nomi: Giampiero Rubei e Raffaele Paganini. Il primo è uno dei pionieri della musica Jazz in Italia, forse il più importante. Rubei ha fatto conoscere il Jazz in Italia già a partire dagli anni ’70.
Suo l’Alexanderplatz: lo storico Jazz Club del quartiere Prati, punto di riferimento per i maggiori musicisti stranieri ed italiani. Sua Villa Celimontana: la manifestazione Jazz regina dell’estate romana.
La grandezza e l’importanza delle rassegne create da Rubei si possono comprendere citando le manifestazioni da lui organizzate all’estero: il Festival del Jazz italiano a New York (2005) e il Festival del Jazz elettronico italiano in Israele.
E ancora: Atene, Pechino, Shenyang, Kuwait City, Seoul, la Finlandia, la Polonia e la Spagna. Rubei ha portato il Jazz in Italia ed il Jazz italiano nel mondo.
Raffaele Paganini è un étoile ed un coreografo di fama internazionale. Già da giovanissimo membro della Scuola di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma, prima in qualità di solista e poi di étoile, è stato ospite delle più grandi compagnie teatrali:  il London Festival Ballet, il Ballet Theatre Français de Nancy, l’Opera di Zurigo, il Teatro San Carlo di Napoli ed il Teatro alla Scala di Milano.
È stato insignito dei più prestigiosi premi e di innumerevoli onoreficenze. Tra questi: il Premio Bordighera, il Gonfalone d’Oro, l’Ulivo d’Argento, il Premio Giovannini ed il Premio Platea d’Estate.Mostra Alla ricerca di suoni perduti.

Durante il Reate Festival, a partire dalle 19.00 del 16 agosto, il foyer del Teatro Flavio Vespasiano ospita la mostra Alla ricerca dei suoni perduti. Non si tratta solo di un evento espositivo che si sposa perfettamente con il tema del Belcanto, ma di un prestito eccezionale della collezionista Fernanda Giulini, che possiede la più significativa collezione italiana di strumenti musicali antichi.
Sono pianoforti, clavicembali, spinette, virginali, salteri, arpe, liuti, fortepiani e mandolini perfettamente restaurati e conservati e, quindi, funzionanti.
La generosa e carismatica Signora Giulini ha prestato dodici dei sessanta strumenti che compongono la sua collezione dall’ incalcolabile valore artistico, storico e musicale per tutta la durata del Reate Festival. In questo modo, il foyer del Teatro Flavio Vespasiano diviene “un gioiello nel gioiello”.
Gli strumenti affascinano e catturano lo sguardo per i secoli di storia della musica che racchiudono, ma anche in virtù delle pregiate e splendide fatture. Basti pensare al Fortepiano a coda Joahnn Fritz, realizzato a Vienna nel 1830, dalla magnifica tastiera in madreperla.
 Fortepiano a coda Fritz
La bellezza di questo strumento, che scuote profondamente l’immaginario del profano come quello dell’erudito, richiama il titolo della mostra. Infatti, come ha avuto modo di affermare la stessa collezionista: «Noi siamo sempre alla ricerca di qualcosa e cercare i suoni è un’emozione particolare.». Qui è possibile cercare e trovare i suoni di una delle arpe tenute da Maria Antonietta nelle sue stanze nella reggia di Versailles.
Vi sono poi i salteri: strumenti cordofoni, il cui suono è cioè prodotto dalle corde, come avviene per i fortepiani e per le arpe. In genere, è possibile ammirare questi strumenti solo nei dipinti: la tradizione iconografica occidentale li rappresenta sempre imbracciati dagli angeli.
Questo stilèma ci ha abituato a pensare che essi non esistano nella realtà, mentre la mostra ci permette di ammirarne ben due esemplari databili intorno al 1800.
Oltre all’arpa a pedali a movimento semplice opera di Godefroid Holtzman (Parigi, 1775) e a quella di Jean-Henri Naderman del 1790 (Parigi), vi sono due non meno rare e preziose arpe a pedali a movimento doppio opera di Sébastian Erard (Londra, 1821 e 1825).
Arpe Holtzman Naderman Erard
Vi è poi una chitarra del Perugia, realizzata a Firenze nel 1894, un fortepiano a coda Frère et Soeur Stein, (Vienna, c. 1794), ricco di graziose decorazioni floreali. Completano la mostra un fortepiano da boudoir realizzato a Vienna nella prima metà dell’ ‘800, un mandolino a sei corde realizzato dalla famiglia Albertini (Lombardia, prima meta del XX secolo) e un mandolino napoletano anch’esso a sei corda, risalente al XIX secolo.
Chitarra Del Perugia Mandolino Albertini Mandolino Napoletano
La mostra è corredata da un impianto audio-video che consente di visualizzare ciascuno degli strumenti e, cliccando su un pulsante che reca impressa una chiave di sol, di ascoltarne il suono.
A ciascuno strumento è abbinata una traccia audio. L’impareggiabile valore artistico si sposa con il piacere dell’interattività consentito dalle nuove tecnologie.

Aspettando il Festival
«8 agosto 2009, la giornata degli applausi». Queste le parole del sindaco di Rieti, Giuseppe Emili, sul finire di “Aspettando Il Festival”, anteprima della manifestazione multidisciplinare che si svolgerà a Rieti dal 16 al 25 agosto prossimi.
«Finalmente la città ha preso piena coscienza dell’inizio di una situazione che non può non determinare una decisiva svolta non soltanto culturale ma anche economica per il nostro territorio – ha dichiarato il primo cittadino – non ritengo di sopravvalutare l’evento nel parlare di “eccellenza” dell’approccio a quella che sarà una rassegna di altissimo pregio artistico. Insomma, un vero incanto.Ivan Tantieri Di fatto Rieti così non l’avevamo mai vista».
Merito soprattutto del regista Ivan Tanteri che ha precipitato il centro della città in un sogno dipinto di bianco. Insieme a lui, artefici di un inaspettato e riuscito prodigio, sono stati gli attori, i cantanti ed i musicisti di “Silence Teatro”, “Livaraja”, “Giardino dei suoni” e “Teatro immagini”.Un pubblico spaesato, ma decisamente attratto dall’enigmatica seduzione di musiche, melodie, danze e quadri viventi, ha applaudito la giovane e bravissima Francesca La Rosa che, in un raffinato abito d’epoca, ha  interpretato celebri arie d’opera come “Una voce poco fa”, tratta da Il barbiere di Siviglia. Rimarrà indimenticabile il suo assolo “Vissi d’arte” della Tosca, cantato proprio dal balcone del Palazzo di Città.
«D’ora in poi sarà ben difficile guardare con gli stessi occhi questo come altri scorci di Rieti- ha sottolineato il Sovrintendente della Fondazione Flavio Vespasiano, Carlo Latini – le scale del Palazzo delle Poste Centrali, le terrazze di Via Garibaldi e le grandi finestre dalle quali si sono affacciati teatranti immersi nel bianco di vesti e volti dipinti, a significare l’atmosfera di sogno e ricordo, il viaggio nella fantasia. Un’iniziativa di grande originalità, quella di “Aspettando il Festival”, che ha entusiasmato alla grande garantendosi una partecipazione di pubblico che è andata ben oltre le più rosee aspettative. Rieti è ormai indissolubilmente legata all’idea del distretto culturale.».
Applauditissimo anche Luca Mazzei che, anche lui in abito d’epoca, si è egregiamente cimentato insieme alla La Rosa in diversi duetti, quali: “Tace il labbro” da La Vedova Allegra di Franz Lehàr e Musica proibita, suggestiva romanza di Stanislao Gastaldon.
Ad accompagnarli, il violino di Daniela Sangalli, del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto e la pianista Meriangela Milone. Hanno incantato anche la raffinatissima voce di Viola Zamattio e l’abile e appassionata chitarra di Daniele Lupi. E hanno incantato le magnetiche danze di Daniela Evangelista.

«Insomma – ha concluso il vice presidente della Fondazione Flavio Vespasiano, Gianfranco Formichetti – i presupposti per un coinvolgimento pieno della gente ci sono tutti.
Né poteva essere diversamente data la caratura della rassegna culturale. Del resto, nei momenti importanti, Rieti ha sempre risposto bene». Ieri sera l’ennesima conferma in occasione non solo dello spettacolo “Incanti.
Note Viandanti” ma anche delle esibizioni dell’Ensemble Hyperion (che ha accompagnato una compagnia di danzatori di tanghi argentini in una sorta di movida che ha coinvolto il pubblico presente) e della Blue Side Big Band (una delle pochissime orchestre stabili di jazz in Italia, composta da 19 musicisti professionisti, il cui repertorio ha spaziato dallo swing anni ‘30 al jazz moderno, tra la fusion e il funky).
Coriandoli, fuochi d’artificio ed enormi palloni bianchi lanciati nel buio della notte hanno salutato un futuro che si chiama Reate Festival.

 
E ‘l cantar che ne l’anima si sente: l’inizio di una nuova storia.
Il 16 agosto 2009 è stata per mesi solo una data segnata nei programmi del Reate Festival. Le 21 di quella domenica sera arrivano in tutta la loro ineffabile concretezza quando il soprano Paola Leggeri, nelle vesti di Ilia, intona con grazia soave gli Zeffiretti lusinghieri: aria tratta dall’Idomeneo, re di Creta di Mozart.
Anna GoryachevaIl Tancredi di Rossini avrà la voce dell’eccezionale mezzosoprano Anna Goryacheva. Sarà la sua cabaletta ad accendere «di tanti palpiti» il pubblico del Teatro Flavio Vespasiano. E, forse, qualche “intenditore” in platea o nei palchetti, rammenta come siano stati proprio questi “palpiti” a dare enorme popolarità a Gioachino Rossini.
Sono le voci che aspettavamo. Sono le voci che l’insuperata acustica del Teatro Flavio Vespasiano attendeva da decenni per tornare a far “cantare” in italiano il Belcanto.
Ad accompagnare le voci sublimi dei talenti di Opera Studio c’è la Tafelmusik Orchestra, col suo sapiente scintillio di pittoresche note “d’epoca”, superbamente diretta da un Carlo Rizzari intenso, appassionato e vibrante.
Il 16 agosto 2009 non è solo la data di un concerto: è un giorno nel quale si scrive una pagina nuova nella storia internazionale della musica lirico-sinfonica.
 
Marea Cu Sarea: il Mediterraneo che canta.
Piccola Banda Ikona
Il 17 agosto tocca alla Piazza Cesare Battisti e alla Piccola Banda Ikona di Stefano Saletti. Per lui è passato tanto tempo dagli anni della Carlo Jucci Band ed è impegnato in una tournèe internazionale: ma a Rieti, per la prima edizione del Reate Festival, vuole esserci.
E Rieti è lì che lo aspetta e non rimane delusa. È un concerto che ha cantato in Sabir: la lingua franca barbaresca parlata nei porti del Mediterraneo dal XVI secolo fino al 1915 da marinai, pirati, e commercianti. Saranno i francesi, dopo la presa di Algeri del 1831 a chiamarla Sabir.
È fatta di una suggestiva miscellanea di termini catalani, siciliani, francesi, arabi, occitani, romeni, turchi e spagnoli. Anche il nome del concerto – Marea Cu Sarea – è anche il titolo di uno dei brani più suggestivi. Viene da un proverbio romeno che significa: “promettere il mare con il sale”, cioè “promettere e non mantenere”. Un detto tipicamente marinaro.
Le tre cantanti Ramja, Barbara Eramo e Desirè Infascelli intonano arcane e nostalgiche melodie nella lingua che unisce tutto il Mediterraneo. Gli arabi ed altre popolazioni avevano creato il Sabir – questa sorta di esperanto marinaro – perché non volevano parlare la lingua dei Crociati. Così, paradossalmente, essa rappresenta «la lingua del dialogo possibile», come spiega lo stesso artista reatino dopo il concerto.
Un dialogo fra le culture mediterranee e le emozioni del pubblico.
Le Romanze del Belcanto italiano: a lezione di Belcanto.
La sera del 18 agosto gli spettatori presenti al concerto Le Romanze del Belcanto italiano non sono Antonio Polimoltissimi. Saranno i pochi privilegiati testimoni di un evento decisamente fuori dell’ordinario. L’emozionante esibizione dei giovani pupilli di Renata Scotto è preceduta da un’introduzione dello stesso Professor Cagli. Spiega, come solo lui sa e può fare, la storia della Romanza da camera italiana.
Ne illustra le vicende, narrando le vite dei compositori italiani in Francia ed in Inghilterra: Giovanni Simone Mayr, Gioachino Rossini, Vincenzo Bellini, Gaetano Donizetti, Luigi Gordigiani, Francesco Paolo Tosti, Luigi Denza, Ruggero Leoncavallo e Luigi Arditi.Il Teatro Flavio Vespasiano si trasforma in una macchina del tempo, si impregna di quelle vite e di quella storia. Cagli ci mostra quanto poco sappiamo della storia di un’arte che parla italiano e di una tradizione che è nostra prima che di altri e che noi per primi Massimiliano Murralidovremmo conoscere.
Così, melodie ed arie dei giovani prodigi di Opera Studio si susseguono ed è come se si stessero sfogliando le pagine di un tomo raro e prezioso di storia della musica. Il giovane tenore Antonio Poli canta in maniera indimenticabile le famose Ideale, Sogno e L’alba separa dalla luce l’ombra di Tosti.
Così impariamo anche noi che prima della pubblicità c’è… la storia: in questo caso la storia d’amore tra Luigi Arditi e la Marchesa Marietta Piccolomini Caetani della Fargna.
Fu nell’impeto dell’ispirazione che Arditi scrisse per la Piccolomini Il Bacio sulla manica della propria camicia. Quella sera, quella passione rivive nella giocosa ed appassionata interpretazione di Paola Leggeri. I più conoscono quel brano perché l’aria principale (“sulle labbra”) è divenuta celeberrima sul piccolo schermo grazie ad una pubblicità.

Sarà la stessa Leggeri, al momento degli applausi finali, a cercare con gli occhi il Professor Cagli tra il pubblico per farlo salire sul palco. Ed il Professore, un poco imbarazzato, sale e dedica il concerto “a questi bravissimi ragazzi”, “a teatri come questo” e alla grande Renata Scotto.
Quella è anche la prima sera durante la quale, “canta” anche il prezioso pianoforte del grande Massimiliano Murrali. È proprio il caso di dire: “peccato per chi non c’era”.
 
La colossale poliedricità del Dom Bedos-Roubo
Dom BedosNella Chiesa di San Domenico la sera del 19 agosto ci sono più di seicento persone, accorse per ascoltare cosa può fare l’organo costruito dal maestro Bartolomeo Formentelli seguendo le indicazioni contenute in due celebri trattati settecenteschi: L’art du Facteur d’Orgues, del benedettino Dom François Bedos de Celles, e L’Art du Menuisier Carrosier di Monsieur Roubo le Fils.
Ci sono tutti: Gianni Letta venuto appositamente da Roma, lo stesso Formentelli e, soprattutto, c’è Marc Pinardel.
Il musicista viene inghiottito dalla mole dei 14 metri di altezza dell’organo.
La consolle è infatti nascosta alla vista del pubblico, ma due telecamere collegate ad altrettanti schermi posti sui lati della grande navata permettono di vedere il grande improvvisatore all’opera.
Pinardel fa rivivere il faticoso miracolo della meccanica pura: le cinque tastiere e la pedaliera estesa di 30 tasti, i 57 registri di potenza e le 4054 canne.
La Toccata e Fuga in Re Minore di Johann Sebastian Bach stupisce ed incanta.
Pinardel, però, riesce ad esprimere al meglio le potenzialità del Pontificio Organo nella seconda parte del concerto, quando “risponde” alla proposta di alcuni poemi.
La Verde Miccia di Dylan Thomas, La musica Charles Baudelaire e i versi dei lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo divengono note e suoni inaspettati, come l’Inno d’Italia o la Rapsodia in Blu di Gershwin richiesti dal pubblico.

Dee Dee: quando la voce è uno strumento.Dee Dee Bridgewater
«Dee Dee è sempre il massimo del vocalismo Jazz. Ma devo ammettere che è tanto che non la sentivo cantare così» ammette Giampiero Rubei, seduto fra il pubblico che la sera del 21 assiste alla performance della cantante statunitense nella Piazza Cesare Battisti.
Dee Dee Bridgewater si è sentita subito amata da Rieti e ha deciso di ricambiare. Ecco allora che canta con l’impeto inarrestabile della sua passione. Canta e danza: col suo abito dai colori accesi e la testa rasata. Balla con le note della sua band.
Sì, perché ad essere fenomenale non è solo lei, ma anche il piano prodigioso di Edsel Gomez, le percussioni elettrizzanti di Pernell Saturnino, i ritmi irrefrenabili della batteria di Minino Garay. Decisamente fenomenale è Ira Colemann che fa ammutolire il pubblico con i suoi assoli di contrabbasso.
Hanno tutti un paio di passaporti e vengono dall’Argentina, dalla Svezia, dagli Stati uniti, da Cordoba. Creano la miscela esplosiva che accende il pubblico: ricreano le atmosfere dei primi Jazz Club, dove si incontravano artisti provenienti da tutto il mondo.
È così che il Jazz è diventato un linguaggio universale, in grado di parlare a tutti. Tra il pubblico ci sono anche i giovani di Opera Studio che guardano Dee Dee agitare il suo ventaglio verde e modulare la voce in mille modi diversi: ora nostalgica, ora sensuale, ora vibrante e struggente.
Dee Dee Bridgewater
Il trionfo di Don Giovanni.
Kent Nagano è arrivato a Rieti il 17 agosto ed ha immediatamente iniziato un intensissimo programma di prove. Infaticabile, perfezionista, può finalmente sperimentare l’interazione tra l’architettura del Teatro Flavio Vespasiano e lo stile estetico-musicale del Belcanto.
Con lui, in teatro, c’è sempre il Professor Cagli. Ci sono quelle voci che vengono da ogni parte del mondo: Mariusz Kwiecien (polacco), Philippe Do (vietnamita), Borja Quiza Martinez (spagnolo), Steven Humes (statunitense), Jessica Pratt (australiana) e i tre italiani: Carmela Remigio, Grazia Doronzio e Alex Esposito. E ci sono le voci della Corale Luca Marenzio diretta dal Maestro Martino Faggiani: una perfetta polifonia che lascia stupito lo stesso Nagano.
Kent Nagano
Di più: la presenza della “preziosissima” Tafelmusik Orchestra permette di accompagnare quelle voci con le note dell’epoca di Mozart. Preannunciando il miracolo della sera del 23 agosto, Cagli afferma:« Sarà un Don Giovanni pensato in funzione dello stile corretto, quello che il pubblico del Reate Festival avrà modo di apprezzare. Alex Esposito e Mariusz KwiecienInfatti, sarà esattamente il Don Giovanni di Mozart, non quello consunto da duecento anni di esecuzione.La scelta dell’orchestra dotata di fedelissime riproduzioni di strumenti dell’epoca garantirà la perfetta adesione allo stile mozartiano, una delle cui particolarità è proprio quella di rendere comprensibile il testo. Del resto…il Teatro Flavio Vespasiano… consente di “cantare piano” e di rendere comprensibile la cantata a tutti gli spettatori del teatro.».

Bruno Cagli è un eccellente profeta. Per tredici minuti il pubblico estasiato applaudirà un’esecuzione che entra di diritto nel novero di quelle più celebri del capolavoro mozartiano: quelle salisburghesi dirette da Bruno Walter, quella di Clemens Krauss del 1939, quella di Dimitri Mitropulos del 1956, quelle degli anni ’60 di Herbert von Karajan. L’alchimia fra i suoni della Tafelmisik Orchestra e le voci dei protagonisBorja Quiza Martinezti e del Coro è stata tanto perfetta da risultare strabiliante.
Di Mariusz Kwiecien, che ha interpretato in modo superbo Don Giovanni, ha stupito soprattutto la prepotente fluidità vocale. L’eccezionale presenza scenica di Alex Esposito, nei panni di Leporello, ha impressionato soprattutto per l’ardita e faceta abilità dei suoi motteggiamenti.
L’elegantissimo e affascinante Borja Quiza Martinez nei panni di Masetto ha colpito per gli incantevoli duetti con la virtuosa Grazia Doronzio (Zerlina). E c’è il canto accorato, struggente e perfetto di una Donna Anna straordinariamente interpretata da Jessica Pratt. Se la voce di Donna Elvira (interpretata da Carmela Remigio) è stata mirabile e seducente, il momento di trascendente pathos arriva al termine del secondo atto, che vede quasi tutti i protagonisti del dramma cantare il celebre monito
Questo è il fin di chi fa mal;
E de’ perfidi la morte
Alla vita è sempre ugual.
 
Più tardi, durante la serata di gala in cui Gianni Letta dona una preziosa bacchetta al Maestro Nagano, quest’ultimo ed il Professor Bruno Cagli affermeranno “per voce sola”: « Rieti non è più solo il centro geografico d’Italia. Grazie ad artisti di calibro internazionale come quelli che abbiamo ascoltato questa sera e grazie al Teatro Flavio Vespasiano, la città di Rieti è ormai consacrata come una delle capitali internazionali del Belcanto».
Letta dona bacchetta a Nagano
Maestri napoletani del Belcanto
Il 20 agosto sono di scena le Liriche vocali napoletane con musiche di Cottrau, Mercadante, Donizetti, Bongiovanni, Cardillo, de Curtis, Tagliaferri, Tosti, Lama.
L’ensemble, di sei elementi:
Massimo Iannone, tenore; Massimiliano Tonsini, tenore; Renato Vielmi, basso; Mascia Carrera, soprano; Maura Menghini, soprano; Patrizia Roberti, soprano accompagnati dal pianoforte di Paolo Tagliapietre sono protagonisti di un programma interamente dedicato al repertorio popolare partenopeo rivisitato in una veste colta e nel contempo spettacolare.
Karl Potter e Ostinato Elektro Orchestra
La sezione JAZZ sabato 22 agosto ha fatto ascoltare un messaggio musicale universale  lanciato da Karl Potter e la Ostinato Elektro Orchestra.
Oltre 400 spettatori  hanno assistito all’ultimo degli Karl Potterspettacoli in cui si è articolata la sezione Jazz.
Ad aprire la serata Electricity, brano dedicato all’elettricità della musica, che ha subito catturato l’attenzione dei presenti grazie all’abilità con cui il dj Tiziano Ribiscini ha sapientemente suonato il theremin.
L’ampio repertorio dei brani eseguiti (da Ostibolero a Groove 162, passando a Brother Breath e Taka) ha ben reso l’idea di come il New Jazz, protagonista sul palco allestito in piazza Cesare Battisti, si sostanziasse in una vera e propria fusione di funk, jazz, soul e musica elettronica.
Un genere, questo – ha spiegato Karl Potter – radicatosi essenzialmente nell’ultimo decennio con gli Ostinato Elektro Orchestra.
Sul palco in piazza Cesare Battisti, Lisa Maroni (voce) ed ancora Andrea Belli (sax e live electronic), Giacomo Anselmi (chitarra), Fabio Picchiami (tastiere e live electronic), Alessandro Bossi (basso) e Alessandro Ricci (batteria).
A conclusione degli spettacoli della sezione jazz, Giampiero Rubei, direttore artistico di alcuni dei più  importanti Festival Jazz nel mondo non ha potuto che esprimere piena soddisfazione per un Festival di grande successo che ha fatto leva sulla combinazione belcanto-danza-jazz.
Ed il Belcanto si fece danza
Lunedì 24 agosto  è di scena la danza, sezione diretta dal  Maestro Raffaele Anbeta ToromaniPaganini.
Per la prima edizione, tre le compagnie italiane, note sia nel panorama nazionale che in quello internazionale, che  hanno danzato su un progetto originale che ha unito  la danza  con il Belcanto.
Botega di Enzo Celli, nota per la danza urbana e da poco rientrata dalla Palestina dove si è esibita proprio su coreografie ispirate al Belcanto;  Centro Regionale Danza Lazio di Mvula Sungani, una delle compagnie più celebri in Italia e all’estero; Balletto Granducato di Toscana di Pierluigi Martelletta, con coreografie ispirate al Belcanto napoletano.
La serata ha visto  la presenzMara Galeazzi ed Edward Watsona sul palco di special guest quali Anbeta Toromani  nota ballerina televisiva e Mara Galeazzi, Principal Dancer della Royal Opera House di Londra, una tra le ballerine più importanti del panorama internazionale.
E ancora, Alessandro Macario, primo ballerino ospite del Teatro San Carlo di Napoli che, sin da giovanissimo, si è esibito con le compagnie del Teatro alla Scala di Milano e del Teatro dell’Opera di Roma, Yumiko Takeshima e Raphael Coumes-Marquet, primi ballerini dell’Opera di Dresda.
 
Quel finale da cui tutto ha inizio.
Si arriva al Gran Concerto di chiusura del 25 agosto con un misto di ansia e di gioia inquieta. Soprattutto, ci si arriva con la consapevolezza che Rieti è divenuta il luogo fisico ed ideale di un cambiamento che investe l’arte e la cultura italiane nella loro interezza.
Nei giorni scorsi il Professor Bruno Cagli e il Maestro Kent Nagano hanno fatto comprendere come la nostra città sia chiamata a divenire uno dei centri intNagano Murrali e Tafelmusikernazionali del Belcanto.
Il recupero di questo patrimonio culturale inestimabile ha iniziato un percorso nuovo che vede in Rieti un centro fondamentale.
«Ormai possiamo affermare che la strada internazionale del Belcanto passa di qui» dirà un paio di giorni dopo Gianfranco Formichetti, Assessore alla Cultura e Vice Presidente Vicario della Fondazione Flavio Vespasiano.
A celebrare questa consacrazione sono i innanzitutto i toni trionfali dell’ouverture de La Clemenza di Tito, che Mozart compose nel 1791: lo stesso de Il Flauto magico e del Requiem.La TNagano Rizzari e Faggianiafelmusik Orchestra è diretta di nuovo da Kent Nagano: fiati, archi e percussioni sono in un’imponderabile simbiosi con i gesti del Maestro.
Questa sera, Carmela Remigio veste i panni della dea Giunone, interpretando la Cantata Pel faustissimo giorno natalizio di Sua Maestà il re Ferdinando IV, nostro Augusto Sovrano.
Ed è con la grazia e la fiera potenza della sua voce di dea che il soprano incanta la Piazza Cesare Battisti.
I suoi agili e virtuosistici fraseggi si rincorrono con la sfavillante pioggia di note della Tafelmusik. L’avvincente marzialità della Corale Luca Marenzio cNagano e Luporea un pathos alto e solenne.

Al momento della Fantasia Corale di Beethoven op. 80 la sconcertante maestria del grande pianista Benedetto Lupo passa dall’ “a solo” ad un fluido dialogo tra il pianoforte e l’ensemble canadese.
Un connubio perfetto, che fa rivivere quella sontuosa “cascata di suoni” come era stata originariamente concepita dallo stesso Beethoven.
Poi la possente magnificenza delle voci del coro diretto dal Maestro Martino Faggiani invade i sensi di un pubblico estasiato dal Gegenliebe del poeta e musicista viennese Cristoph Kuffner.
 I versi finali costituiscono l’orizzonte entro il quale si inscrive il prosieguo di questa storia che è solo al primo capitolo: « Accogliete, anime belle, lietamente i doni dell’arte.».
Ora Rieti è chiamata a diventare insieme custode e centro di diffusione internazionale della tradizione artistica italiana.
Il Belcanto è stato ritrovato: adesso occorre farlo conoscere nelle sue espressioni e nelle sue forme originarie. Il compito, difficile, avvincente ed irrinunciabile, tocca alla nostra città di Rieti.
Fabrizio Broccoletti
Ringraziamenti serata finale
Appuntamento alla seconda edizione
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